può diventare un affare per niente semplice unire il corso della storia ad una visione critica: nel momento in cui la produzione cresce al punto da entrare in conflitto con il tempo disponibile per assimilarla, il numero di percorsi, di intrecci, di punti di vista legittimi tende a crescere verso l’infinito (aveva dunque ragione chi aveva predetto che questo secolo sarebbe stato deleuziano). la strada che porta a Public Strain, il nuovo disco di Women, sceglieremo dunque liberamente di farla partire nel preciso momento in cui i Flying Saucer Attack decisero che il loro amore per riverberi e tempeste di feedback poteva unirsi senza problemi con la purezza melodica di una canzone dei Suede (the Drowners). da allora, una lunga strada che, di recente, passa sicuramente per i Deerhunter (e famiglia: Atlas Sound, Lotus Plaza) e un disco come Cryptograms, letteralmente spezzato in due tra ambient e pop, a partire dal modo in cui la musica che contiene è stata scritta e registrata, questa lunga strada arriva fino all’esordio, omonimo, dei canadesi Women - altro disco nettamente diviso tra rumore e pezzi pop incredibilmente catchy (Black Rice). il lavoro successivo, questo Public Strain, molto atteso, è un disco straordinario destinato a rimanere tra i migliori di quest’anno, per la classe con cui sembra riuscire a rimettere insieme i pezzi, creando un blocco-flusso unico di suoni (the hallucinatory amalgamation of early Pink Floyd and the Beach Boys, secondo the line of best fit) esplorabile ed ascoltabile, senza cedimenti, più o meno per sempre. ammesso che di fronte a tanta bellezza ce ne importi qualcosa di fare un discorso sulle potenzialità, dal prossimo disco, il terzo, è a questo punto lecito aspettarsi davvero qualsiasi cosa.
