la storia dei Mice Parade inizia nel 1998, come un solo project di Adam Pierce, figura alla quale quello che sarebbe poi diventato un vero e proprio gruppo (attualmente una formazione di ben sette elementi, tra i quali vale la pena citare Doug Scharin, ex Codeine, June of ‘44 e Rex, così per dire) rimane indissolubilmente legato, non fosse altro perchè il nome dell’una è l’anagramma dell’altro. se i primi dischi, il più famoso dei quali è probabilmente Mokoondi, avevano un suono che andava molto di moda all’inizio del nuovo millennio, che potremmo indicare con le sfortunate definizioni di folktronica, o ancora peggio, indietronica (ben bilanciando ispirazione melodica - quella di Lali Puna o Notwist - e ricerca ritmica - Fridge/Four Tet, To Rococo Rot), e non avrebbero sfigurato nel catalogo della Morr Music, con il tempo i Mice Parade han preso tutta un’altra direzione, piuttosto originale, che li porta a proporsi come eredi di vere e proprie leggende dell’indie-pop americano anni ‘90 come Beulah, American Analog Set o Apples in Stereo, con l’aggiunta di un personalissimo tocco tropicale. questo Cosa Significa Essere Mancini non fa eccezione: le canzoni folk sono ricche di soluzioni brillanti e sempre aperte a influenze esotiche, africane o brasiliane, come il brano posto in apertura, Kupanda - altri pezzi hanno invece i tratti tipici dell’indie-rock americano, come la bellissima Recover o Mallo Cup dei Lemonheads, che in questa versione sembra venire direttamente dal repertorio dei Sebadoh. non ci vuole molto tempo a diventare familiari ed entrare in confidenza con i diversi umori delle tredici canzoni di questo disco, che potrebbe essere il migliore mai scritto dai Mice Parade, o si dimostra quantomeno in grado di porre il dubbio.

la storia dei Mice Parade inizia nel 1998, come un solo project di Adam Pierce, figura alla quale quello che sarebbe poi diventato un vero e proprio gruppo (attualmente una formazione di ben sette elementi, tra i quali vale la pena citare Doug Scharin, ex Codeine, June of ‘44 e Rex, così per dire) rimane indissolubilmente legato, non fosse altro perchè il nome dell’una è l’anagramma dell’altro. se i primi dischi, il più famoso dei quali è probabilmente Mokoondi, avevano un suono che andava molto di moda all’inizio del nuovo millennio, che potremmo indicare con le sfortunate definizioni di folktronica, o ancora peggio, indietronica (ben bilanciando ispirazione melodica - quella di Lali Puna o Notwist - e ricerca ritmica - Fridge/Four Tet, To Rococo Rot), e non avrebbero sfigurato nel catalogo della Morr Music, con il tempo i Mice Parade han preso tutta un’altra direzione, piuttosto originale, che li porta a proporsi come eredi di vere e proprie leggende dell’indie-pop americano anni ‘90 come Beulah, American Analog Set o Apples in Stereo, con l’aggiunta di un personalissimo tocco tropicale. questo Cosa Significa Essere Mancini non fa eccezione: le canzoni folk sono ricche di soluzioni brillanti e sempre aperte a influenze esotiche, africane o brasiliane, come il brano posto in apertura, Kupanda - altri pezzi hanno invece i tratti tipici dell’indie-rock americano, come la bellissima Recover o Mallo Cup dei Lemonheads, che in questa versione sembra venire direttamente dal repertorio dei Sebadoh. non ci vuole molto tempo a diventare familiari ed entrare in confidenza con i diversi umori delle tredici canzoni di questo disco, che potrebbe essere il migliore mai scritto dai Mice Parade, o si dimostra quantomeno in grado di porre il dubbio.